Il Campanile

Sulla destra della chiesa è il campanile in elegante stile neoclassico, su quattro ordini architettonici caratterizzati da ampie finestre a serliana e balaustre in pietra tufacea. L'opera, su progetto dell'architetto veronese Giuseppe Barbieri, fu iniziata nel 1820, ma i lavori furono interrotti a causa di varie difficoltà d’ordine tecnico e finanziario, finché, dopo una lunga pausa di quarant’anni dal 1837 al 1877, fu completata nel 1880. Ma nei primi decenni del nostro secolo il grave stato di degrado e di corrosione, soprattutto delle parti in tufo (balaustre, colonne e capitelli), resero necessario un grosso intervento di restauro, iniziato nel 1937, che comportò il rifacimento dell'ultimo ordine con relativa cupola e cupolino sovrastante. In tale occasione fu posta l’epigrafe visibile al di sopra della porta del campanile, che ricorda la lunga e travagliata storia di questa costruzione; il testo, dettato dal sacerdote e professore veronese Giovanni Battista Buffatti, recita:

Quam tu miraris sublimi vertice turrim
descripsit docta nobilis arte faber
Barbieri Veronensis hanc sexaginta exstruxerunt crebrius annis
MDCCCXX-MDCCCLXXX
ast duo de quinquaginta post mente perita
prolapsura licet summa refecta fuit
MCMXXXVII

Le opere interne

L'interno, ad un'unica navata assai spaziosa, è caratterizzato da quattro cappelle, un ampio presbiterio ricco d’arredi ed opere d'arte e due cantorie lignee, al centro delle pareti laterali, sostenute da colonne corinzie. Danno luce e decoro all'ambiente otto finestroni, di cui quattro artisticamente istoriati da vetrate policrome di gusto moderno, raffiguranti San Michele Arcangelo, San Zeno, il sacrificio di Isacco e il Profeta Elia. Le pareti della chiesa e le quattro cappelle, che ospitano altari ottocenteschi in puro stile neoclassico, sono decorate da motivi a tempera e rilievi in stucco, eseguiti negli anni 1912-1914, insieme al vasto ciclo pittorico del soffitto della navata.

Autori di tale complesso rinnovamento decorativo furono Attilio e Guido Trentini, quest'ultimo firmatario di alcune delle figure e scene sacre inscritte nelle eleganti cornici tonde ed ottagonali che spiccano, con vivaci contrasti di colore, tra le vele dipinte a girali vegetali. L'intervento di Guido Trentini proseguì, quindi, nel Presbiterio, con i quattro Evangelisti dipinti nei pennacchi della volta e le tre tempere raffiguranti la Cena in Emmaus, la Trasfigurazione di Cristo e la Resurrezione di Lazzaro. Quanto al grande medaglione centrale raffigurante San Michele Arcangelo che scaccia gli angeli ribelli dal Paradiso, esso è attribuibile, con molta probabilità, al pittore veronese Angelo Recchia, secondo la notizia riportata dal Finetti (1894) nella sua "Monografia della chiesa parrocchiale oratori e campanile in San Michele Extra": «del Recchia, 1869, è il soffitto della finta cupola già caduto nel 1860, ritraendo il vecchio soggetto». Questo affresco era stato identificato, in passato, con quello attribuito dalle fonti a Marco e Francesco Marcola, attribuzione per altro non riscontrata da alcuno studioso del nostro secolo. L'equivoco fu dovuto, con ogni probabilità, alla originaria confusione, poi tramandatasi negli anni, tra quest'opera e gli affreschi eseguiti sul soffitto del "coro delle monache" e sulla cupola della precedente chiesa secentesca. Tali affreschi sussistono ancora oggi, se pure coperti da un telone bianco, nel salone-oratorio dietro l’attuale sacrestia, che corrispondeva al transetto ed al coro della chiesa precedente. A supporto di tale ipotesi starebbero le notizie riportate ancora dal Finetti circa il soggetto degli affreschi attribuiti ai fratelli Marcola, per nulla corrispondenti al gran tondo dell'attuale Presbiterio: «a Francesco Marcola fu commesso di dipingere il soffitto del coro delle monache e gli stemmi della Passione di Nostro Signore... Quindi Marco dipinse gli affreschi dei dodici Apostoli».

Il grande quadro ad olio sulla parete di fondo del Presbiterio, raffigurante San Michele Arcangelo, fu eseguito da Giovanni Battista Caliari nel 1833, riprendendo lo stesso soggetto del vecchio dipinto di Giulio Cesarini (inizi sec. XVIII) che ora si trova nella Cappella delle Benedettine. Tra gli arredi più pregevoli provenienti dal monastero e dalle chiese precedenti, merita ricordare gli stalli del vecchio coro delle monache, fatto costruire nel 1645 dalla badessa Teodora Rocca, su disegno ed opera del maestro Nicola Carli, tutto in legno di noce intagliato in classici motivi ornamentali: putti, zampe di grifo, conchiglie e cartigli. Lo stallo centrale della badessa ed il relativo inginocchiatoio fungono oggi da leggio, ai lati dell'artistico trionfale.

Molto bella ed antica, anche se oggi gravemente compromessa, la grande croce stazionale dipinta visibile nella cappellina del Battistero. La croce, di gusto gotico, con bracci espansi in terminali trilobati, è stata rinvenuta nell'antica Cappella delle Benedettine nel 1926, dimenticata sopra un armadio ed in pessime condizioni. Databile alla seconda metà del sec. XIV (1360-1370) presenta, al centro, il Cristo crocefisso e nei terminali dei bracci alcuni illeggibili frammenti di quelle che dovevano essere le tradizionali figure della Vergine e degli Evangelisti.

Un altro Crocefisso assai antico, databile al sec. XV, è quello sul primo altare di sinistra, dedicato alla Madonna Addolorata, che si dice avere barba e capelli veri; l'opera, in precedenza su un altro altare della chiesa, fu qui collocata nel 1948 e in tale occasione affiancata dalle due nuove statue lignee raffiguranti la Vergine e San Giovanni, a comporre il gruppo della Pietà. Tra le opere pittoriche va segnalato il grande quadro collocato sul primo altare di destra, commissionato al pittore veronese Saverio Dalla Rosa nel 1787 e raffigurante la Madonna col Bambino in gloria con San Benedetto, inginocchiato di spalle, San Mauro, San Placido, Santa Scolastica e San Domenico. Gli altri due altari presentano opere di gusto moderno.

Un altro dipinto pregevole, oggi gravemente mutilato, è l'affresco di Paolo Farinati (1524-1606) sull'altare della sacrestia; l'opera, raffigurante San Michele Arcangelo, proviene dal monastero benedettino e si narra che le stesse monache «lo orbarono della parte inferiore ove era orrendamente raffigurato un demonio in atto di essere trafitto dall’Arcangelo».

Una serie interessante, anche se di minor pregio, è anche quella degli Apostoli entro finte nicchie, dipinta a tempera da Giuseppe Zannoni (1849-1903) lungo le pareti della navata e, sopra ad essa, le dodici piccole tele con Storie dell'Antico e Nuovo Testamento, attribuite al veronese Pietro Nanin (1855).

Ritornando al Presbiterio, ammiriamo ancora il ricco ed elegante Altare Maggiore, firmato e datato al centro del paliotto: «Opus Petri Muttoni 1803». L'altare, in marmi policromi, è impreziosito da un imponente tabernacolo ottagonale a tempietto e da un ricco paliotto in pietra dorata e scolpita a tralci di vite, grappoli d’uva e spighe, evidenti simboli dell'Eucarestia.